ESTETICA E LINGUAGGIO DEL VIDEOCLIP

Buggles-VideoKilledTheRadioStarVOB_Stiamo ormai vivendo un’epoca nuova, con caratteristiche postmoderne, che si delineano in una struttura confusa dovuta alla fugacità di convinzioni funzionanti nell’epoca precedente.

E’ un salto di storia, un passo avanti dell’umanità, un’evoluzione che trascina con sé i segni di uno spaesamento.

Questo capitolo ha l’intento di enunciare alcune teorie di questo periodo utili a comprendere il cambiamento di mentalità assunta dall’uomo, che ci porterà così a delineare meglio quelle caratteristiche del videoclip che lo assurgono a nuovo linguaggio audio-visivo conforme alle esigenze di narratività e fruizione postmoderna.

      Abbiamo, secondo Jameson, un gusto per la superficie, per la piattezza, non ci servono più i modelli ermeneutici di interno ed esterno, nè i modelli freudiani di latente e manifesto o semiotici di significato e significante. Tutto ciò che ci serve è davanti agli occhi, si presenta con la propria “frivolità gratuita” nella sua “superficie decorativa”. Per questo Jean Baudrillard parla della “teoria dei simulacri” per spiegare il mondo contemporaneo. Secondo il filosofo francese nella società mediatica e consumistica le persone sono catturate dalle attività delle immagini e hanno sempre meno  relazioni con una ‘realtà’ esterna, al punto che i concetti stessi di sociale, politico, o addirittura di ‘realtà’ non sembrano più avere nessun significato.

La coscienza “drogata” e “mesmerizzata” (alcune tra le metafore di Baudrillard), satura dei media, è in uno stato tale di adorazione dell’immagine che il concetto del significato stesso, che dipende da limiti stabili, strutture fisse, consenso condiviso, si dissolve.

In questa allarmante e nuova situazione postmoderna, il referente, ciò che sta oltre e al di fuori, assieme a ciò che sta in profondità, che costituisce l’essenza e la realtà, sparisce, causando la dissoluzione anche di ogni possibile opposizione.

Nella misura in cui le simulazioni proliferano, esse finiscono col riferirsi solo a se stesse: una successione di specchi che riflettono immagini proiettate da altri specchi sulla televisione onnipresente, sullo schermo del computer e su quello della coscienza, che a sua volta rinvia l’immagine al deposito da dove proveniva, deposito pieno di altre immagini, anch’esse prodotte da specchi simulatori.

Imprigionate nell’universo delle simulazioni, le ‘masse’ sono “immerse in un bagno mediatico” privo di messaggi o di significati, un’era di massa dove le classi scompaiono e la politica è morta, come lo sono i grandi sogni di disalienazione, liberazione e rivoluzione.

Baudrillard ritiene che, da questo punto in poi, le masse cerchino un’immagine e non un significato. Esse implodono in una “maggioranza silente”, che rappresenta “la fine del sociale”. Le distinzioni tra gruppi sociali e ideologie implodono anch’esse e le concrete relazioni sociali faccia a faccia regrediscono nella misura in cui gli individui scompaiono nei mondi della simulazione – i media, i computer e la stessa realtà virtuale. In questo modo, la teoria sociale perde il suo oggetto, il sociale, mentre la politica radicale perde il suo soggetto e la sua funzione.

Baudrillard dunque, riconoscendo come uno tra i fondamentali  concetti la forma, sostiene che le immagini in quanto tali soggiacciono alle relazioni strutturali formali che governano e controllano la loro produzione e circolazione.

L’altro fondamentale concetto è l’analogia, intendendo con questo la crescente verosimiglianza ( foto-realismo) delle immagini contemporanee e il relativo sviluppo tecnologico.

Le immagini diventano sempre più somiglianti alla realtà, ma si allontanano progressivamente dalla rappresentazione tradizionale, confinate nella serialità, nella modulazione e nell’auto-refenzialità.

Questo perché il principale aspetto della società tardo industriale è la riproducibilità tecnica, alla luce di ciò che dichiarava Walter Benjamin, secondo cui  l’opera d’arte diventa sempre di più un’opera pensata per la riproducibilità, fissando in anticipo, nonostante variazioni specifiche all’interno di ciascuna forma, ogni futura produzione.

Tutto ciò porta ad una conseguente velocizzazione e sovrapproduzione di prodotti e informazione, e lasciano che le nostre vite siano ormai regolate dalla “perpetua ritualizzazione degli stessi modelli”, per usare parole di Baudrillard.

I messaggi dati dalle immagini sono fugaci, rapidi, sostituiti immediatamente con i successivi, si disseminano, lasciando quindi nullo il momento destinato alla contemplazione.

Il filosofo, dunque, sostiene la tesi secondo cui è l’aspetto o la forma del medium stesso, ossia il modo in cui esso comunica, piuttosto che il suo contenuto, ciò che viene comunicato, a essere significativo per un’adeguata comprensione, e il processo di digitalizzazione risulta essere il codice (vero codice basato sul sistema binario) vigente in questa era della simulazione.

Per approfondire quest’ultima asserzione, infatti, possiamo dimostrare che è la tecnologia stessa ad imporre un modello di riposta anche quando ulteriori sottocodici, come il montaggio e le convenzioni a esso associate, sembrano liberare un meccanismo di risposta. E’ il medium stesso, per esempio lo stile di montaggio, di decoupage, a controllare il processo di significazione.

Ci ricolleghiamo quindi alla tesi di McLuhan, dal quale Baudrillard prende ispirazione, per affermare che “il medium è il messaggio”.

Proprio le immagini veicolate dai moderni media sono l’evidente concretizzazione della sparizione di significato e della rappresentazione, la tecnologia mantiene la condizione generale di “simulazione disincantata”, le rappresentazioni digitali sono arrivate a competere a confondersi con la realtà, sostituita da quell’ “iperrealtà”, più reale del reale,  già programmata e codificata, approvata nel nostro mondo contemporaneo.

Umberto Eco è vicino alle idee di Baudrillard quando afferma che sia in corso il passaggio ad una nuova estetica, caratterizzata da serialità, ripetizione, ridondanza, e formalismo, giungendo alla conclusione che la ripetizione e la modulazione siano il perno per distinguere e circoscrivere le differenze tra modernismo, dove la novità aveva la massima importanza, e l’arte postmoderna.

Possiamo quindi aggiungere che caratteristica della nuova estetica non sia più la ricerca di un contenuto profondo,  ma un piacere derivante dal “mostrare” e dal “vedere” come percezione immediata, dando vita a quell’ “estetica di superficie”, che dà all’opera d’arte l’importanza della pura forma dell’immagine, imitazione variata di se stessa, alla ricerca di un reale fin troppo rappresentabile nella sua svariata ipertestualità.1

Il videoclip sembra inserirsi perfettamente in questo panorama, con quei ritmi frenetici e le immagini frammentate che lo caratterizzano.

Selene Di Domenicantonio


1 L’ipertestualità, secondo il semiologo Genette, è la relazione tra un testo , chiamato ipertesto, e un testo anteriore, o ipotesto, che il primo trasforma, modifica, elabora o estende. Un esempio può essere l’Eneide, che include l’Odissea e l’Iliade.

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